12 dicembre 2012

Pappagalli, aerei e cocacola


È difficile per me credere a quello che mi è accaduto.  Arrivare in un posto e sentirmi subito a mio agio.
Di solito, quando sono in mezzo a persone che non conosco, resto un attimo in silenzio prima di entrare a sentirmi parte di o a partecipare al discorso. Devo “settare” il cervello nella modalità richiesta dalla situazione. Invece, quando la prima mattina a Caracas, neanche 15h dopo il mio arrivo  mi hanno messa a separare la carta dalla plastica per un’iniziativa sul riciclaggio dei rifiuti, non ho avuto problemi. Né linguistici, né ideologici. Nulla di nulla. Non sono stata accolta, l’inserimento è stato naturale, ho conosciuto degli studenti di ingegneria, abbiamo parlato di musica, di teatro, di donne e di uomini. Seduti per terra a tagliuzzare carta su carta.

E’ passata una settimana dal rientro e la nostalgia è forte. Non sono mai stata in Africa, non so cosa sia il mal d’Africa, ma conosco persone che ne hanno sofferto e a me sembra molto simile.
Il cielo è più grande in Venezuela. Un giorno mentre ero a Puerto La Cruz affacciata al balcone a fumare, guardavo come al solito le nuvole che si muovevano velocemente, di lì a poco sarebbe iniziato a piovere. Ma prima volavano degli Ara Verdazzurri e io sarò rimasta mezz’ora a guardare con il naso all’insù lo spettacolo di colori ed evoluzioni.

Qui a Napoli il cielo si vede appena, ma ci sono gli odori e i suoni che mi affascinano. In cielo non vola nulla, qualche aereo che di solito sembra voglia atterrare nel terrazzo di casa mia. Ad ogni modo, per me resta la città più bella del mondo.
Non sproloquierò sulla mia città, ne subisce e riceve quotidianamente su tutti i fronti, non sarò io a dare la botta finale. Dico solo che prima di parlare di Napoli e di qualsiasi città del mondo, bisognerebbe passarci per lo meno qualche giorno come abitante e non come turista. Tutto qua.

Sono tornata in Italia e il sentimento di non appartenenza a questo Paese si è fatto più forte di prima. Anche con i compagni napoletani, alcuni sono degni di tale nome, altri invece hanno la capacità di farmi sentire sempre fuori dai giochi. Come se si vivesse in una perenne gara a “chi è più compagno dell’altro”. Dinamiche che non ho mai capito e che non capirò mai, che mi rifiuto di accettare.

Mi chiedo perché per certe persone è così difficile far entrare qualcuno di nuovo nel proprio spazio. Che timori si possono avere? 

Diamo una possibilità.

Non siamo mica l’ultima cocacola nel deserto?

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