2 dicembre 2012

"Me consumo y me consumiré de por vida al servicio pleno del pueblo venezolano. Lo haré gustosamente. Me consumiré todo lo que me quede de vida, así lo juro y lo prometo delante de mis hijos y mis nietos"


Ennesima tazza di caffè.

Sono tornata in Italia, sono tornata a Napoli, 24 per riprendermi, 24h che piove. Che per una che è appena tornata dal Sud America, non è proprio l’ideale.

Il giorno che sono rimasta bloccata ore ed ore sull'autobus da Puerto La Cruz a Caracas, ovviamente non è che ho fatto un viaggio solo a dormire.  Eh no.
Mentre ero in fila per prendere il famoso autobus, poi rimasto fermo ore in autostrada, conosco una signora sui 40 anni, che molto gentilmente mi guarda gli zaini mentre io vado “a rifarmi il trucco”. Poi scambiamo qualche parola su come sia bello viaggiare zaino in spalla, mi chiede da quale parte del Venezuela provengo, mi dice che il mio accento è strano. E grazie, le dico che sono italiana ed inizia la solita canzone sul fatto che ho pochissimo accento italiano e molto accento del Sud Oriente del paese. La ringrazio e le spiego che sono italiana, del Sud e di Napoli in particolare. Si parla, insomma, delle motivazione che mi portano in Venezuela e del perché io conosca così bene usi e costumi del paese.
Rimaniamo che ci saremmo viste alla prima fermata, così non le chiedo nulla di che. Meglio evitare discorsi pesanti, il viaggio è lungo e ad essere sinceri, non avevo molta voglia di parlare.

Le prime ore di viaggio, comprese quelle bloccate nel traffico, le ho passate a dormire. La stanchezza accumulata durante il campo di formazione mi avevano devastata, quindi ho preferito approfittare per recuperare energie.
Accanto a me, una signora con un’improbabile camicia a fiori blu elettrico, che quando mi siedo mi sorride e ringrazia Dio perché accanto a lei c’è una “dama y no un hombre feo” (una ragazza e non un uomo brutto). Non c’è stata alcuna conversazione, perché sono crollata a dormire dopo 20 minuti, dopo aver parlato con i miei genitori.

Arrivata a El Guapetòn (alla fine un breve video), una fermata “tecnica” per pipì, cena e sgranchimento gambe prima di arrivare a Caracas, scendo e vado a farmi un’arepa con prosciutto e formaggio guayanese, la cosa più simile alla mozzarella che esista al mondo. E forse anche più buona. (al solo ricordarne il sapore mi viene l’acquolina in bocca). Poi mi siedo per conto mio, avevo quasi dimenticato la signora che avevo conosciuto ormai 5 ore prima.
Tra il caffè bollente che ho preso e l’arepa che sbroda formaggio ovunque, mi guardo attorno, maldicendo il giorno in cui ho perso il mio lettore mp3 sul carrito che da Maturin mi portava a Carupano. Sento una voce: “Yuhhuuu, muchacha!!!” è la signora che ho conosciuto in fila. Mi chiede se può sedersi ed ovviamente le dico di si, meglio lei che qualche molestatore, del resto sono appetibile (in Venezuela per lo meno).
Inizia a tempestarmi di domande. Ed io rispondo a tutte. Scopro che è una lavoratrice di PDVSA, che appoggia il Proceso e che durante lo sciopero ha partecipato a tutte le attività ed iniziative, buscandole perfino dai militari. Nel frattempo, si siede la signora dalla camicia a fiori, la quale ha sentito le ultime parole della conversazione, mi sorride e mi dice “mi posso sedere, che Dio mi fulmini, se tu non sei una compagna!”. Inizia il suo racconto.
Durante gli scontri a Caracas lei abitava Miraflores, ha visto tutto dalle finestre, chiusa in casa con i nipoti, mentre i suoi figli erano in strada a difendere la Patria. Ce li ha mandati lei stessa, mi racconta, dicendo loro di andare a lottare per i loro figli. A rischio di morire, nel tentativo di difendere il proprio paese e la propria libertà.
L’autobus sta per ripartire, quindi ci affrettiamo a riprendere i nostri posti, per Caracas mancano meno di due ore e la stanchezza si fa sentire.
Ma i racconti non finiscono qua. La signora continua a raccontarmi quei giorni durante lo sciopero, quando mancava l’acqua, la corrente elettrica, non c’era benzina, farina per fare le arepas, riso, i negozi chiusi e chi rimaneva aperto lo faceva più per far capire all’opposizione che erano contro che per vendere qualcosa. Giorni duri, ma che hanno portato il Venezuela ad iniziare una Rivoluzione.
All’arrivo a Caracas, scendo dall’autobus e tutte e due le mie conoscenze Chaviste mi salutano con un grosso abbraccio. La più giovane, si offre di accompagnarmi a casa o addirittura di fermarmi da lei, dice che non si incontrano tutti i giorni europei disposti a conoscere realmente quello che sta succedendo in Venezuela. Le chiedo di lasciarmi il suo indirizzo email, le prometto che avrei scritto di lei nel mio blog e le avrei tradotto il post affinchè lo potesse leggere. Ovviamente ho mantenuto parte della promessa, temo di aver perso il foglietto con i suoi dati.
Questa è una cosa triste per me, ma sono certa che lei si ricorderà ugualmente di me come io di lei.

'Independencia y patria socialista, viviremos y venceremos


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